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Le imprese nel Lazio

Il Lazio spicca per dinamicità imprenditoriale in un ecosistema di attività sempre più spostato dall’industria in crisi al terziario

Il Lazio è la prima regione italiana per dinamicità imprenditoriale. Un dato macroeconomico che non appare scontato, in un contesto di calo netto in tanti settori produttivi del paese, rafforzato dall’indicatore Istat che attribuisce a Roma il miglior saldo numerico tra le varie province con più 8.095 imprese in un anno. Sono 662.514 le imprese registrate al 31 dicembre 2019 nel Lazio, pari al 10,9% del totale delle imprese italiane. Nel 2019 le iscrizioni sono state 39.952 e le cessazioni 30.746 con un saldo positivo di 9.206 imprese.

Inoltre a Roma è atteso un impatto dal 5G, la tecnologia per le comunicazioni mobili di quinta generazione stimato in 30 miliardi di euro nei prossimi 5 anni. Il dato previsionale è stato diramato dalla Luiss Business School che ha calcolato un’incidenza diretta sul Prodotto Interno Lordo di Roma legato a investimenti complessivi in nuove reti e applicazioni da parte delle società di telecomunicazioni, pari a 13 miliardi di euro nei quinquennio, a cui si aggiungerebbero 5 miliardi di aumento di produttività, 10 miliardi di effetto positivo sull’indotto e 2 miliardi di ulteriori ricadute positive indirette.
Ma aldilà di quello che deve ancora succedere, un futuro sul quale pesano anche le incognite per le ricadute economiche dell’emergenza Coronavirus, Il Lazio vanta il miglior tasso di crescita italiano, seguito da Campania e Trentino Alto Adige. Il tasso di crescita delle imprese nel Lazio, nel 2019, è stato pari all’1,40% rispetto a una media italiana dello 0,44%. Il successo dell’indice di dinamicità è considerato “confortante” dal presidente di Unioncamere Lazio Lorenzo Tagliavanti che invita però a non avere toni trionfalistici perchè il sistema economico regionale ha vissuto una “crisi lunga e pesante che non ha bloccato l’aumento del numero di lavoratori e delle imprese, ma ha impedito – finora – un percorso di vera rinascita economica generando una crescita imprenditoriale e occupazionale a basso valore, con un impatto negativo sul versante della qualità del lavoro e della sua capacità di produrre reddito”.
Più in generale in Italia cresce il settore terziario, mentre quello dell’industria arretra vistosamente. Il calo qui è netto, ci riporta indietro al 2013 e viene anche confermato dai primi dati che arrivano dal nuovo Censimento permanente delle piccole e medie imprese, per la prima volta triennale e non più decennale, che ha catalogato circa 280mila imprese con 3 e più addetti, rappresentative di più di un milione di unità, quasi un quarto delle imprese italiane.

Dunque più servizi e meno industria nell’Italia di oggi, con un modello di sviluppo che si va a ridisegnare e che andrà a modificare il volto del nostro paese in futuro.

Dati che confermano una tendenza già in atto con l’inizio del millennio: nell’arco di quasi un ventennio, dal 2001 al 2018, si è registrata una crescita dei settori dei servizi pari a 158.000 imprese e oltre 2 milioni di addetti. A fare da traino a questa crescita sono settori come le attività artistiche, sportive, di intrattenimento (+41,3% di imprese e +16,7% di addetti), oltre ai servizi di alloggio e ristorazione (in crescita del 23,3%). Al contrario il settore dell’industria ha perso 63.000 imprese e oltre 1 milione di addetti in 20 anni, mentre le costruzioni hanno perso circa 30.000 imprese e 220.000 addetti. Secondo l’Istat, tra le cause principali di questa tendenza vi è l’elevato e persistente grado di instabilità globale, che alimenta un contesto di grandi cambiamenti strutturali a cui l’Italia non è estranea. Le imprese italiane, infatti, reagiscono in modo dinamico cercando di adattarsi ai cambiamenti. E se il sistema produttivo italiano è ancora fortemente legato alla gestione familiare dell’impresa va anche evidenziato che quasi due terzi delle imprese italiane effettua investimenti: nel triennio 2016-2018 il 64,8% delle imprese ha investito in almeno un campo tra ricerca e sviluppo, tecnologie e digitalizzazione, capitale umano e formazione, internazionalizzazione, responsabilità sociale e ambientale. Formazione e tecnologia sono gli ambiti su cui si concentrano di più le aziende (rispettivamente 54,3% e 46,7%).

L’analisi dell’Istat prende in considerazione anche l’estensione del processo di trasformazione tecnologica dell’impresa italiana, rivelando un mondo ancora troppo indietro nel campo dell’innovazione tecnologica e della digitalizzazione. La maggior parte delle imprese infatti utilizza un numero limitato di tecnologie, dando priorità agli investimenti infrastrutturali (soluzioni cloud, connettività in fibra ottica o in mobilità, software gestionali). Solo il 16,6% delle aziende ha adottato almeno una tecnologia tra Internet delle cose, realtà aumentata o virtuale, Big Data, automazione avanzata, simulazione e stampa 3D. Proprio in questa area però ci si aspetta un maggiore potenziale di crescita in termini di numero di imprese che adottano queste tecnologie: tra il 2019 e il 2021 si attende una crescita del 180,7% per le tecnologie immersive, del 117,6% per la stampa 3D, del 111,9% per i Big Data e 109,9% per la robotica. Dall’analisi dell’Istat emerge chiaramente che, sebbene anche le imprese con bassa intensità di digitalizzazione siano impegnate (per il 65,8%) in almeno un’attività di innovazione, è nelle aziende dove la digitalizzazione è più avanzata che si trova maggiore innovazione.